mercoledì 9 dicembre 2009

Il traffico a Firenze: esame e possibili rimedi


La mattina di venerdì 4 dicembre 2009 è stata veramente “terribile” per Firenze, a causa di uno dei più colossali ingorghi che ci siano stati nella città. Un po' di pioggia e tutti a prendere l'auto anziché motorini e biciclette (ma in Danimarca come fanno ad andare in bicicletta tutto l'anno?). Personalmente per andare a lavorare devo attraversare tutta la città. e di solito passo dal centro in bicicletta.  Mi fa una fatica terribile prendere la macchina: odio dover parcheggiare, le code, fermarmi ogni mezzo minuto ai semafori etc etc. Inoltre in macchina come ogni italiano medio divento nervoso. Quel giorno, complice l'ora e la pioggia ho preso l'autobus anzichè la bicicletta (la macchina neanche a parlarne) e alle 7.30, piuttosto tranquillamente, ero a lavorare, quindi non ho fatto in tempo a vedere il macello. Me lo hanno raccontato. Ho scritto in proposito un articolo su “Nove da Firenze” che riporto integralmente.

Qualche tempo fa su una televisione locale lombarda ci fu un interessante scambio di vedute e punzecchiate tra un politico svizzero e uno italiano. L'elvetico ha detto che in Ticino e a Berna sono molto preoccupati perchè in Italia non si fa niente per le ferrovie di valico, se non parlare, Il politico italico ha risposto che in Lombardia sono in corso le costruzioni di alcune nuove importanti arterie stradali come la nuova Brescia – Bergamo – Milano, la Tangenziale Esterna di Milano e la Pedemontana, però a proposito di valichi transfrontalieri è impossibile fare la tangenziale di Varese fino al confine di Stato (a cui Varese è molto vicina) perchè gli svizzeri non hanno deciso di fare l'autostrada di la del confine.
Al che il confederato ha ribattuto che forse il collega non sapeva che sia la Svizzera che l'Unione Europea hanno una politica dei trasporti, a differenza dell'Italia, ed hanno scelto di favorire il ferro; quindi si scordi per ora e per sempre altre autostrade verso l'Italia.

Questo è fondamentalmente il problema dell'Italia. Si è sempre privilegiato la mobilità privata su automobile al posto di quella pubblica, su gomma o su ferro. E caratterialmente l'automobile si confà meglio all'individualismo dell'italiano medio.

La verità del famoso ingorgo di venerdì 4 dicembre sta in parte anche in questo: se tutti i fiorentini usano la propria automobile per girare per la città, specialmente in ora di punta, non è possible che tutto fili liscio, considerando pure che ai residenti nel comune sommiamo le persone che a Firenze entrano la mattina (basta vedere cosa sono la zona del Galluzzo e il tratto terminale della A11 per rendersi conto di quanti siano).



Occorrono però alcune considerazioni.

1. La soluzione però non può essere quella di costringere la gente a lasciare la macchina a casa: oltre a ledere degli inalienabili diritti della persona bisogna considerare che per alcuni è necessario andare in macchina: c'è chi non ha alternative perchè deve andare in una zona non coperta da servizio pubblico o per l'orario o per il luogo, c'è chi deve trasportare cose pesanti o ingombranti (a cominciare dalla spesa) o persone con difficoltà di movimento etc etc.

2. Ma d'altro canto la soluzione non può essere quella adottata da molte persone che “prendono l'auto anche per andare in bagno: fino a quando c'è gente che solo per andare a lavorare o a guardare i nipoti prende la macchina per fare San Frediano – Piazza Libertà o il Barco – Sant'Jacopino andremo poco lontano (e lo faremo molto piano per giunta...)

3. Poco tempo prima della contestata chiusura di Piazza Duomo ero sul posto assieme a un tedesco, il quale mi ha fatto notare come in Germania, Austria e Svizzera una zona come quella sarebbe già stata chiusa da un pezzo al traffico privato e ci si sarebbe arrivati in tram.

Quando gli ho spiegato che le tramvie sono avversate da una parte della popolazione (e della politica) mi ha guardato come se appartenessimo ad un altro continente, se non pianeta.

4. Il trasporto pubblico è già una soluzione economica per l'utente, ma ha poco fascino essenzialmente per le lunghe attese alle fermate, i ritardi, il tempo impiegato per attraversare la città e l'elevato affollamento dei mezzi.

Non sarebbe poi così difficile migliorare il servizio pubblico: non so se vi è mai capitato di prendere un autobus la mattina prima delle 7. La puntualità è vicina alla perfezione. Anzi, è bene arrivare alla fermata un paio di minuti prima dell'orario previsto. Il segreto? In città non c'è ancora traffico.

Allora, se si vuole evitare la ripetizione degli ingorghi come quello dell'altro giorno la ricetta è una sola: privilegiare il trasporto pubblico (su gomma e su ferro) e limitare volontariamente l'uso del mezzo privato ai soli casi realmente necessari: il momento che l'utente ha a disposizione un'alternativa comoda, veloce e anche più economica è più facile che lasci la sua automobile dov'è.



 Come fare?

1. Occorre isituire Innanzitutto corsie preferenziali per gli autobus, ma non “a pioggia”: occorre vedere linea per linea quali siano i punti più critici e cercare soluzioni ai problemi.

2. Occorre capire se hanno senso le cosiddette “linee forti” che attraversano la città da un lato all'altro quando, prendendo ad esempio la linea 23, nella quale le conseguenze di un ingorgo al Ponte di Mezzo (o di quello dell'uscita dal Nuovo Pignone) si riflettono sulla puntualità del servizio fino a Gavinana, Sorgane e Nave a Rovezzano.

3. Occorre razionalizzare il servizio di raccolta dei rifiuti per non arrecare grossi disturbi alla corcolazione degli autobus.

4. Occorre, ebbene sì, come in altre centinaia di centri urbani dell'Europa più civile (Germania, Austria, Svizzera, Francia, Belgio, Olanda, Danimarca) la costruzione delle tramvie, che sono un sistema capace di trasportare comodamente e velocemente un numero di persone che il traffico privato e quello degli autobus non si sognano nemmeno da lontano.

5. Occorre sistemare i flussi della viabilità: è inutile avere strade che si allargano e poi si stringono: la strettoia porterà sempre un ingorgo, come può spiegare facilmente un matematico che conosce la “teoria delle code”

6. Occorre una vera rete di piste ed itinerari ciclabili seri, non piste ciclabili spot sui marciapiedi

Poi ci saranno sempre quelli che, magari persino con solide “radici cristiane”, mi dà noia stare su un autobus o un tram fianco a fianco con degli extracomunitari, quelli che il bambino lo porto a scuola con il proprio SUV anzichè con un (eventuale) servizio di scuolabus o quelli che prendo la macchina perchè devo andare a comprare il giornale. Ma questa è un'altra storia. Di mancanza di senso civico.

martedì 8 dicembre 2009

La moglie di Caino: il testo del libro della Genesi e le sue gravi lacune. come si può credervi acriticamente e in spregio a quello che ci racconta la natura?


Come è noto, il libro della Genesi è preso più o meno letteralmente dai creazionisti, nonostante che ci siano alcune cose che tornano poco. Esaminiamo per esempio la questione delle donne della Genesi, in particolare le mogli dei successori diretti in linea maschile di Adamo. Ecco il testo del capitolo 4, fra i versetti 16 e 20:
16Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden.
17Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio. 18A Enoch nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl e Mecuiaèl generò Metusaèl e Metusaèl generò Lamech. 19Lamech si prese due mogli: una chiamata Ada e l'altra chiamata Zilla. 20Ada partorì Iabal: egli fu il padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame. 21Il fratello di questi si chiamava Iubal: egli fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto. 22Zilla a sua volta partorì Tubalkàin, il fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro. La sorella di Tubalkàin fu Naam
Chi era e da dove veniva la moglie di Caino? E quella di Enoch e dei suoi primi discendenti? Risultano tutti figli maschi unici... come la mettiamo?


Ho cercato in rete e ne ho trovate alcune risposte. Fra tutte ne ho scelta una perchè l'ho trovata su un sito interessante e che rimanda a www.creazionismo.org, che considero sito “attendibile” e “autorevole” al riguardo,
La Bibbia non dice specificamente chi fu la moglie di Caino. L’unica risposta possibile infatti è che la moglie di Caino fosse sua sorella o sua nipote o una pronipote, ecc. La Bibbia non dice quanti anni avesse.
Il fatto che Caino, dopo aver ucciso Abele, temesse per la propria vita  (Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere” - Genesi 4:14) indica che a quei tempi c’erano probabilmente molti altri figli e, forse, anche nipoti e pronipoti di Adamo ed Eva. La moglie di Caino (Genesi 4:17) era una figlia o una nipote di Adamo ed Eva..


mi fermo un attimo per alcune considerazioni. I teologi (e i filosofi in generale) sono sempre stati bravissimi a scrivere paginate se non libri interi su piccole frasi prese singolarmente nei testi religiosi (con questo non dico che anche nessuno scienziato abbia mai fatto operazioni del genere, per esempio un paleontologo su un misero ossicino...).
In questo frangente mi inchino alla soluzione indicata. In buona sostanza l'interlocutore ci dice che il racconto biblico è lacunoso e ci sono stati altri figli di Adamo ed Eva. Poi aggiunge una cosa assolutamente significativa: Caino dopo il biblico omicidio più della collera del Signore, temeva con una certa terrena praticità la collera dei parenti del morto ammazzato (che bene o male erano anche i suoi). A quando una fiction sull'argomento?
Un mio amico sacerdote invece mi ha detto (scuotendo il capo con disperazione) che secondo i sostenitori dell'integrità del racconto biblico (per i quali – preciso - ha poca stima) questa è una delle soluzioni possibili. Altri pensano invece che Dio stesso abbia creato direttamente altri uomini e/o donne (o, almeno, la moglie di Caino). Anche in questo caso evidentemente sostengono che la Bibbia sarebbe lacunosa.


Aggiungo che dire che probabilmente erano entrambi pienamente adulti, forse con delle famiglie proprie, è almeno apparentemente in contrasto con il testo che solo successivamente afferma “Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden. 17Ora Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch

Adesso proseguo con quella risposta perchè si va sullo scientifico, e specificamente si parla di genetica!


Poiché Adamo ed Eva furono i primi (e unici) esseri umani, i loro figli non avrebbero avuto altra scelta che di sposarsi fra loro. Dio non proibì il matrimonio fra consanguinei se non molto più tardi, quando ci furono abbastanza persone da non renderlo più necessario (Levitico 18:6-18).
Il motivo per cui spesso l’incesto provoca anomalie genetiche nei figli è che, quando due persone di geni simili (ad es. un fratello e una sorella) hanno dei figli, è di gran lunga più probabile che ne scaturiscano difetti genetici perché entrambi i genitori li hanno essi stessi.
Quando persone di diverse famiglie hanno dei figli è altamente improbabile che entrambi i genitori abbiano gli stessi difetti genetici.
E fin qui tutto bene. Ma leggete il seguito.
Il codice genetico umano è diventato sempre più “contaminato” lungo i secoli man mano che i difetti genetici si sono moltiplicati, accentuati e trasmessi di generazione in generazione. Adamo ed Eva non avevano alcun difetto genetico, perciò questo consentì a loro e alle prime generazioni dei loro discendenti di avere una qualità di salute di gran lunga migliore di quella che noi abbiamo adesso. I figli di Adamo ed Eva ebbero pochi difetti genetici, e forse non ne ebbero affatto. Ne consegue che per loro non comportava rischi contrarre matrimonio fra consanguinei. Potrebbe sembrare strano e perfino disgustoso pensare che la moglie di Caino fosse la sorella. ma poiché Dio cominciò con un uomo e con una donna, la seconda generazione non avrebbe avuto altra scelta che di sposarsi fra consanguinei.


Vorrei sapere cosa vuol dire un essere “geneticamente perfetto”. Secondo l'interlocutore geneticamente perfetto significa “che vive più a lungo”. Mi piacerebbe sapere come potrebbe essere una persona “geneticamente perfetta” per esempio riferendosi all'anemia falciforme. Si sa che se il padre e la madre hanno entrambi questa mutazione, per il figlio difficilmente c'è scampo. Però i portatori sani di questa mutazione hanno un'emoglobina che protegge meglio dalla malaria. In altre parole: se tutti e due i genitori ce l'hanno è un guaio, se ce l'ha uno solo dei due i rischi di contrarre la malaria sono minori (ed è per questo che tale mutazione è ben presente in zone in cui la malaria era diffusa). Questo è un esempio, ma la risposta genetica alle malattie è una delle maggiori forme di selezione naturale e spesso viene fuori casualmente proprio per una mutazione, che rende così un corpo “più perfetto”. Quali erano le persone senza difetti genetici secondo l'interlocutore? Quelle che resistevano meglio alla malaria ma rischiavano di generare un figlio malato o quelle che non correvano questo rischio ma rischiavano più facilmente di morire di malaria?
La risposta scientificamente è duplice: dove c'era la malaria prevalevano i primi, in zone esenti i secondi.
Mi piacerebbe sapere quella teologica. Prima o poi glielo chiederò....


Una ultima annotazione: Caino dopo essere fuggito fonda una città. Ma con quanti abitanti? Lui, la moglie e il figlio? E' chiaro che nessuno pretende una megalopoli, e il termine città poteva riferirsi a un villaggio di una ventina di abitanti. Ma c'era già uno stuolo di discententi di Adamo ed Eva? Dietro Il biblico fattaccio c'era forse una lotta all'interno di un clan o fra due clan che si erano appena formati?


Ecco, questa è una parte del testo, peraltro in democrazia rispettabilissimo come riferimento morale, sul quale si abbeverano da un punto di vista scientifico i creazionisti. Mi chiedo come si possa pensare di pensare alla storia naturale prendendo alla lettera questo testo, che essi stessi ammettono essere così lacunoso rispetto a una questione essenziale come quella della moglie di Caino.  M
Mi risponderanno sicuramente che la Bibbia non si dilunga su particolari di secondaria importanza. Eppure questi mi sembra che una certa importanza ce l'abbiano.... 
 
Che ci fossero dei contrasti fra il racconto bibilico e quello che si legge dalle rocce e dai fossili ne sono accorti molti creazionisti, che infatti proprio per quello hanno ideato e abbracciato l'ipotesi dell'Intelligent Design. 
 
Evidentemente fra i creazionisti il problema è essenzialmente psicologico.

Il guaio è dagli corda come stanno facendo adesso alcuni organi di informazionee mettere certi personaggi in posizioni chiave della ricerca scientifica italiana

venerdì 4 dicembre 2009

De Mattei, Maiani e il C.N.R.: pace armata e/o sconfitta della Scienza?

Telmo Pievani scrive un articolo su Micromega, su De Mattei e il suo libro (o, meglio, il libro curato dall'insigne storico) “evoluzionismo, il tramonto di una ipotesi”. Qvviamente lo stronca e la cosa non piace ai soliti noti. Questa pubblicazione riassume gli atti del famigerato convegno dello scorso 23 febbraio ospitato nelle sale del CNR, convegno che però, precisa De Mattei, "al CNR non è costato un euro" (a parte – considerazione banale – l'uso della sala). Sembra però che il CNR abbia dato un piccolo contributo per la stampa del libro.

In giro si mormora che questo convegno sia sostanzialmente stato deciso perchè nella conferenza vaticana del marzo di quest'anno i creazionisti non erano stati (giustamente) ammessi. In questa sede ùde Mattei ha radunato una manica di personaggi che come unico comune denominatore hanno l'avversione al darwinismo, alcuni dei quali come il genetista Sermonti e il sedimentologo Berthault, ampiamente sconfessati dalla comunità scientifica: francamente leggendo quello che scrivono penso che non sarebbe riuscita ad essere così tremendamente assurda neanche una caricatura di scienziato interpretata da Raimondo Vianello in un varietà degli anni 60 o 70.


Riassumiamo un attimo le referenze di De Mattei. Professore di Storia del Cristianesimo e della Chiesa presso l’Università Europea di Roma, è anche coordinatore del corso di laurea in “scienze storiche”.

E' direttore di “Radici Cristiane” (un concetto significativamente vicino ad una recente polemica politica a livello europeo), e presidente della “Fondazione Lepanto”, nome che ovviamente è tratto dalla nota battaglia del 1571 in cui per la prima volta i turchi furono fermati dai cristiani. Non stupisce che sia visceralmente contrario all'entrata della Turchia nella Unione europea (argomento che non tocco, per carità....). Eppure con i turchi ha una certa affinità culturale, basta leggere la vicenda della rivistaBilim ve Teknik ” (qualcosa come “scienze e tecnologie”). Disgraziatamente, attualmente è anche vice-presidente del CNR

Non rientro nella descrizione del convegno, che trovate qui. Tanto per la crinoca, vi inforno se non lo sapevate che quel numero di Radici Cristiane conteneva altri articoli di un certo spessore, fra i quali uno sulla bellezza della messa in latino (non so perchè ma c'era da immaginarsi che Radici Cristiane sia nostalgica di tutto ciò) e (questa è proprio spaziale!) un’intervista quantomeno deferente al pretendente al trono del Brasile.

Faccio alcune considerazioni.

1. un conto è la sacrosanta libertà di opinione, un altro è spacciare per verità delle idiozie sovrumane e soprattutto dichiarare che una vasta parte del mondo scientifico sia d'accordo con la critica all'evoluzionismo.

2. De Mattei, con la sua carriera di storico del cristianesimo, è l'ennesima dimostrazione che purtroppo personaggi come Benedetto Croce e Giovanni Gentile, le peggiori iatture per la cultura italiana del XX secolo, non rappresentano altro che la punta dell'iceberg di quella massa di cosiddetti “uomini di cultura” che considerano Cultura con la C maiuscola le arti la filosofia e le lettere e si atteggiano a esseri superiori nei confronti di quella scientifica e tecnica, considerata cultura di serie B se non C. Una situazione che esiste solo in Italia.

3. Per cercare di esemplificare il talento scientifico del Nostro, e il suo concetto crociano della superiorità della cultura umanistica basta questa frase: «Dal punto di vista della scienza sperimentale entrambe le ipotesi sulle origini, sia l’evoluzionista che la creazionista, sono inverificabili. Su questi temi ultimi non è la scienza, ma la filosofia, a doversi pronunciare»,
Secoli di scienza quindi non sono serviti a niente: decidono i filosofi. E questo è il vicepresidente del CNR????????


Il commento migliore che ho letto viene dal presidente della Società italiana di biologia evoluzionistica Marco Ferraguti: «I testi inclusi nel volume non hanno nulla a che fare con la scienza, e del resto nessuno degli autori gode di un qualche credito a livello internazionale. Sostengono tesi stravaganti, come quella per cui i dinosauri sarebbero vissuti al massimo quarantamila anni fa. (Gli autori) sono dei perfetti sconosciuti: il più noto è il polacco Maciej Giertich, ex parlamentare europeo criticato per uno scritto di sapore antisemita».

Quindi oltre a mamma li turchi c'è anche un certo antisemitismo.... sempre meglio....

La cosa più divertente è che a parlare di queste idee sono sempre i soliti quattro gatti, come dimostra l'elnco degli oratori ad un altro convegno svoltosi a Roma il 9 novembre dove hanno sparato sempre le solite bischerate. Proprio non capisco dove siano tutti questi uomini di scienza antievoluzionisti che secondo loro si aggirano per le università e i centri di ricerca di tutto il mondo (Turchia esclusa...)

Purtroppo ho l'impressione che la situazione al CNR non debba essere molto tranquilla per gli scienziati e che De Mattei abbia molto potere. Mi domandavo come mai il professor Maiani, presidente dell'Istituzione e fisico noto ben oltre i nostri confini era rimasto in silenzio.

Oddio, anche lui le grane se le va a cercare con il lanternino, visto che la sua nomina è stata molto avversata dai parlamentari della attuale maggioranza per aver osato essere uno dei 67 firmatari della famosa lettera contro la Lectio Magistralis che Papa Ratzinger doveva tenere alla Sapienza un anno fa. Fra parentesi ne avevano provate di tutti i colori per demolirlo scientificamente, ma “stranamente” non ci sono riusciti.

Alla fine ho l'impressione che De Mattei sia stato messi lì proprio per ostacolare l'attività scientifica.

Allora, l'unica uscita di Maiani sull'argomento è stata questa, a seguito di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del primo dicembre: In merito all'articolo "Darwin mette in imbarazzo il Cnr - Lite tra studiosi sul creazionismo" (1.12.2009), voglio precisare che "il carattere aperto della ricerca intellettuale" e la "personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee" per me e per il Consiglio Nazionale delle Ricerche non sono un "contentino", come afferma l'articolo, ma valori fondanti, coerenti con la civiltà del nostro Paese. Con l'occasione intendo ribadire con forza - al di là delle diverse posizioni culturali - i rapporti di stima, amicizia e proficua collaborazione che mi legano al Vice Presidente, prof. Roberto de Mattei.

Il quale, da par suo, risponde: Relativamente all'articolo "Darwin mette in imbarazzo il Cnr, Lite tra studiosi sul creazionismo" (1/12/09), desidero precisare che le possibili differenze di pensiero sull'evoluzionismo o su altri temi di carattere culturale non fanno velo alla stima e alla piena sintonia che esiste tra il Presidente del CNR, prof. Luciano Maiani, e me circa la governance dell'Ente e il futuro della ricerca in Italia.

Spero solo che questa sintonia sia solo a parole. Perchè altrimenti visto il titolo di una sua pubblicazione e cioè "il CNR e le scienze umane, una strategia di rilancio" il futuro della ricerca in Italia mi terrorizza....

Purtroppo temo che la mia sia una speranza vana: un ricercatore del CNR, di cui ovviamente taccio il nome, mi ha scritto queste testuali parole: “la posizione di Maiani fa cadere le braccia! E' ovvio che non vuole rogne. Comunque la cosa ormai é stata denunciata anche in alto loco. Se non si muovono loro, non so quanto serva che qualche peone come me alzi la voce”.

Semplicemente frustrante.Sinceramente in un clima del genere non mi pento di non aver neanche tentato di intraprendere la Scienza attiva in favore dell'industria metalmeccanica prima e della grande distribuzione poi....

mercoledì 2 dicembre 2009

Acanthostega e l'origine dei tetrapodi


Innanzitutto mi devo scusare con un lettore, Simonpietro, a cui non ho più risposto. Ma come vedete a novembre ho combinato molto poco su Scienzeedintorni perchè in questo periodo sono stato molto impegnato su diversi fronti.
In uno dei suoi primi post, quando gli citai l'ornitorinco come un animale “nel guado fra rettili e mammiferi”, un misto di caratteristiche rettiliane e mammaliane, lui scrisse, citando Harun Yahya e il suo “dilemma della forma di transizione” che "Gli esseri di cui gli evoluzionisti hanno bisogno, per confermare la loro teoria dell’evoluzione, sono delle vere forme di transizione, non dei mosaici. E queste forme dovrebbero avere organi carenti o mancanti del tutto, oppure non completamente formati, o per niente funzionali. Al contrario, tutti gli organi delle creature mosaico sono completamente formati e senza difetti."
E' chiaro ed evidente che l'ornitorinco è un animale "completamente formato e senza difetti" (per dirla come Yahya). Ma è anche un “animale mosaico”, per le sue caratteristiche, un po' mammaliane e un po' rettiliane. Andiamo ora negli animali fossili e parliamo del già citato in una di quelle discussioni con Simonpietro Acanthostega.


I dipnoi. pesci polmonati attualmente esistenti, possono usare le pinne carnose come rudimentali arti per spostarsi da una pozza ad un'altra. Addirittura, a dimostrarne la stranezza, il dipnoo sudamericano e quello africano erano stati scambiati per anfibi. La specie africana e quella sudamericana hanno le pinne archipterige, molto simili nella struttura agli arti dei vertebrati terrestri. Questo li colloca fra i Sarcopterigi, pesci che tra il Siluriano e il Devoniano erano molto diffusi. Ora sono molto rari: si contano 3 specie di dipnoi e la Latimeria, un celacanto, l'unico superstite dell'altro gruppo di Sarcopterigi, i crossopterigi e che presenta un polmone totalmente riempito di materiali adiposi, per cui non più funzionante.

Normalmente nei pesci ossei le pinne pettorali si connettono ad una scaglia ossea sulla superficie del corpo. Nei Sarcopterigi invece le pinne carnose anteriori sono sorrette dall'omero che poi si ramifica in radio e ulna. Così succede anche per quelle posteriori. In queste particolari pinne c'era quindi già la struttura principale degli arti dei tetrapodi.
Per molto tempo l'ipotesi sull'origine dei tetrapodi, i vertebrati terrestri (o, meglio, dei loro arti) aveva preso esempio dall'attuale stile di vita dei dipnoi, che usano la locomozione terrestre per muoversi tra una pozza ed un'altra in ambienti semiaridi o con alternanza di stagioni secche e aride. In realtà le cose dovrebbero essere andate diversamente e i tetrapodi sono più vicini ai ripidisti, crossopterigi di acqua dolce o salate costiere, come Tiktaalik o Acanthostega che ai dipnoi, cosa dimostrata anche dalla anatomia comparata. Quindi i dipnoi non sono antenati diretti dei vertebrati terrestri, anche se sono molto vicini, formando rispetto a questi un “gruppo parafiletico” (cladisticamente parlando, anche noi tetrapodi siamo dei crossopterigi....). Inoltre ci sono evidenti prove a favore del fatto che i dipnoi abbiano adottato questo stile di vita in tempi abbastanza recenti, favoriti dall'avere dei polmoni funzionanti.

Quasi due anni fa in un post sulla storia della respirazione nei vertebrati feci notare come molti pesci hanno un polmone residuo (la vescica natatoria) e che la respirazione branchiale non poteva essere sufficiente in alcuni ambienti per cui oltre ad affiancarla alla traspirazione nella pelle molti pesci avevano iniziato a usare la respirazione buccofaringea. Ergo, come dimostrano ancora oggi i dipnoi, c'è stato un periodo in cui in alcuni pesci hanno coesistito branchie e polmoni (più o meno sviluppati). I dipnoi quindi sono un altro esempio degli aborriti “animali – mosaico” di Yahya.

Nel devoniano, per una ventina di milioni di anni, c'è stata una fioritura di forme diciamo così intermedie fra i pesci sarcopterigi e i tetrapodi. Tulerpeton, Tiktaalik, Eustenopteron e altri fossili presentano stadi diversi della formazione degli arti e hanno dimostrato che i tetrapodi erano già tetrapodi prima di conquistare le terre emerse. Eustenopteron e Tiktaalik ancora non hanno degli arti che terminano con delle vere e proprie dita, mentre Tulerpeton sì (e con 6 dita)

Un fossile particolarmente significativo al riguardo è Acanthostega, anche per la completezza degli scheletri e che si colloca in uno stadio intermedio. Per essere è un tetrapode, ma ha delle caratteristiche un po' diverse da quelle degli anfibi con cui è stato spesso confuso
Vediamone alcune in dettaglio: le caviglie non erano adatte a sostenerne il peso dell'animale fuori dall'acqua e le costole erano troppo corte per impedire il collasso della cavità toracica. Era dotato di una grande pinna caudale e gli arti più che gambe assomigliavano a pagaie e alle loro estremità c'erano ben 8 dita (le tradizionali 5 dita dei tetrapodi si affermeranno in seguito: molte creature al passaggio pesci – anfibi erano dotate di più di 5 dita) e le proporzioni delle ossa dell'avambraccio ricordano quelle dei pesci polmonati. Tutte queste caratteristiche sono incompatibili con la vita subaerea come anche la struttura delle branchie, perfettamente funzionanti e interne (gli anfibi, quando le posseggono, si trovano in posizione esterna). Pertanto Acanthostega era più che altro un pesce con delle pinne trasformate in arti, non un anfibio primitivo. Anzi, sulla terraferma proprio non ci poteva assolutamente andare, nonostante che vi vivesse molto vicino: i suoi resti sono stati trovati in sedimenti fluviali. <
In questo animale coesistano strutture tipiche dei pesci con altre che saranno successivamente tipiche dei tetrapodi. E a giudicare dal numero dei fossili, anche Acanthostega era un animalecompletamente formato e senza difetti.
Quindi possiamo dire (anche se Henry Gee inorridirebbe a leggere questa frase) che l'Acanthostega sta tra pesci (sarcopterigi, ovviamente) e tetrapodi come l'ornitorinco sta tra i rettili e i mammiferi placentati.
A questo punto una cosa è sicura: i tetrapodi hanno evoluto gli arti prima di uscire dall'acqua. E anche se in seguito queste strutture hanno rappresentato una eccellente attrezzatura per la conquista delle terre emerse, all'inizio della loro storia non sono serviti a questo. Mancando strutture omologhe fra gli animali odierni non possiamo che provare ad immaginare a cosa servissero questi arti. Siccome forme del genere erano abbastanza diffuse dovevano avere una qualche funzione importante.
Vedendo l'anatomia dei Sarcopterigi è abbastanza intuitivo per un evoluzionista capire come questi arti si sono formati. Ma rispondere alla domanda “a cosa servivano” è un po' più complesso: l'unica certezza è che se si sono evolute a qualcosa dovevano servire ma non essendoci attualmente forme corrispondenti siamo costretti ad ipotizzare. Forse le pinne hanno incominciato ad essere utilizzate per il movimento anziché per una pura funzione di direzionalità: in pratica il pesce oltre a muoversi sinuosamente (come ancora fanno fra i tetrapodi anfibi e rettili) ha incominciato a usare le pinne come pagaie che poi si sono irrobustite ulteriormente.

I fossili dei primi tetrapodi sono stati tutti rinvenuti in sedimenti di zone paludose o lagunari, particolarmente difficili per la presenza di acque basse, stagnanti e piene di residui vegetali per cui anche poco ossigenate. In un ambiente del genere poter respirare direttamente l'aria con la bocca (e i polmoni) e non solo tramite le branchie o la pelle, avere un collo che consentiva di muovere la testa fuori dall'acqua e delle pinne specializzate per districarsi nella vegetazione (viva e morta) sul fondo erano indubbiamente dei grandissimi vantaggi, che hanno successivamente consentito la conquista delle terre emerse.

domenica 29 novembre 2009

un villaggio nel centro dell'Australia assediato da cammelli e le ricadute sulla "filosofia" della conservazione della Natura


Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX i coloni europei in Australia avevano da risolvere un problema: come spostarsi nei vasti e quasi desertici territori del continente? I canguri erano gli unici animali di una certa stazza ma non erano certo adatti alla bisogna. La risposta fu abbastanza facile: oltre a cavalli e asini che gli europei avevano già introdotto precedentemente in Nordamerica con successo, furono importati diversi cammelli.
Il “progresso” li ha resi inutili abbastanza velocemente: come nel resto del mondo prima le ferrovie e poi le strade fornirono una alternativa più veloce ed efficace per i trasporti.
La situazione di questi animali si è evoluta in maniera diversa che altrove: se negli altri continenti, principalmente Europa e Nordamerica, la nascita dei mezzi meccanici ha provocato una riduzione del numero degli animali da tiro (quanti cavalli da tiro, asini e muli vivono adesso in Europa?), in Australia, complici le grandi distese libere, una parte di loro furono lasciati liberi e colonizzarono l'ambiente, favoriti dal vuoto che gli europei avevano fatto della fauna locale, sia erbivora (principalmente i pochi canguri sopravvissuti), sia carnivori come il tilacino, ormai definitivamente scomparso e peraltro già minacciato dai dingo (canidi importati dai primi uomini che colonizzarono il continente).

In Australia i cammelli hanno avuto buon gioco: privi di nemici e competitori, e straordinariamente adatti all'ambiente arido, sono rapidamente aumentati di numero, riducendo le fonti di cibo per i marsupiali superstiti e portando nuove malattie. Cavalli e asini, parimenti abbandonati, contribuiscono a questa situazione, ma in misura molto minore, a causa del loro minore adattamento all'ambiente locale. Sembra che ci siano almeno un milione di cammelli nell'Australia centrale.


Docker River (Kaltukatjara in linguaggio locale) è un villaggio di circa 400 abitanti (quasi tutti aborigeni) situato quasi al centro del deserto nell'isola - continente, a 400 km circa da Alice Springs che è la città importante più vicina: tanto per dare un'idea del popolamento dell'area, le fonti di informazione ci dicono che il luogo più popoloso più vicino a Kaltukatjara è Kintore, meno di 1000 abitanti a quasi 200 km di distanza!

Nonostante le sue dimensioni non proprio gigantesche, di questo luogo si stanno occupando le cronache perchè la siccità ha provocato una invasione di cammelli che stanno letteralmente assediando i cittadini nelle proprie case. Alla ricerca di acqua i primi animali sono arrivati lì e ovviamente non se ne sono andati. Quindi sono stati seguiti da altri loro simili e adesso ci sono circa 6000 cammelli che assediano letteralmente gli abitanti, i quali non possono uscire per paura di essere calpestati. Una situazione pazzesca e c'è già emergenza sanitaria in quanto ci sono degli animali morti che si stanno decomponendo, vittime della siccità a cui l'acqua di Kaltukatjara non è servita a niente e il rischio di inquinamento della falda acquifera è molto alto. A complicare la situazione gli animali hanno fatto grossi danni alle strutture, distruggendo tutto intorno alle fonti d'acqua (una cisterna in materiale composito o in lamiera di acciaio non può resistere ai loro calci). Persino la pista in terra battuta dell'aeroporto, l'unico sistema di collegamento fra il villaggio e il mondo esterno, ha subito grossi danni. E pensare che i cammelli erano visti fino a ieri come una risorsa: ho letto fra l'altro il progetto di un allevamento che avrebbe dato lavoro a diverse persone!

Quali sono le soluzioni possibili? Con una battuta di spirito si potrebbe dire che è difficile “convincere” gli animali ad andarsene con le buone. Pertanto le autorità stanno pensando ad un abbattimento di massa, dopo aver spinto gli animali fuori città con gli elicotteri. Ovviamente gli animalisti protestano. Il punto su cui focalizzano l'attenzione è rappresentato dalle sofferenze di animali colpiti ma non a morte e per i quali prospettano, giustamente, lo spettro di una lunga agonia (ma probabilmente sarebbero contrari anche a qualsiasi altro sistema per sopprimerli).

Invece propongono di circondare le comunità umane con delle barriere di protezione. La cosa potrebbe evitare a cammelli e dromedari di penetrarle, ma sostanzialmente lascerebbe inalterato il problema a livello generale in quanto quello che succede oggi a Kaltukatjara non è altro che la punta dell'iceberg: le dimensioni di questo stock sono troppo grandi e soprattutto la situazione, senza nemici naturali, potrà definitivamente andare fuori controllo in tutta l'Australia centrale, provocando un disastro.

E soprattutto provocherebbe agli animali una lenta morte per sete. Siamo sicuri che sia una fine migliore di un colpo di pistola, almeno sul piano delle sofferenze?

E' vero che lasciando le cose così entro un certo periodo di tempo (superiore alla scala umana...) la situazione potrebbe stabilizzarsi: poca vegetazione, muoiono i cammelli, ma con pochi cammelli la vegetazione ricresce e allora riaumentano i cammelli e via discorrendo. Questo però sarebbe possibile solo in un sistema senza oasi (naturali o artificiali): è chiaro che situazioni come questa di Kaltukatjara sono destinate non solo a ripetersi ma a diventare frequenti.

Soprattutto in tutto questo nessuno pensa ai residui della fauna locale: che fine faranno in tutto questo marasma?

E' una questione di vitale importanza e quale sarà il sistema adottato per risolverlo costituirà un precedente non da poco per situazioni analoghe. In Australia nelle zone utilizzate per pascolo di bovini e ovini i canguri sono tuttora considerati dei nemici e infatti la loro popolazione viene tenuta sotto controllo con abbattimenti selettivi in mancanza di nemici naturali (che comunque ho la sensazione che, ove sopravvissuti dalle stragi degli ultimi 3 secoli, sarebbero stati fatti fuori per evitare danni al patrimonio zootecnico umano....). Penso che questa sia la soluzione che verrà adottata dalle autorità australiane anche per i cammelli.

Da ultimo mi pongo una domanda: possono essere considerate “naturali” popolazioni animali rinselvatichite originate da importazione da parte di coloni di animali domestici che senza l'intervento umano sarebbero sconosciuti ad un certo territorio? Sono più da proteggere questi o i residui delle comunità locali, di cui si potrebbe cercare un reinserimento nei territori persi a causa della competizione con i nuovi arrrivati?

venerdì 20 novembre 2009

Morto anche Lino Lacedelli, l'altro conquistatore del K2

Dopo la morte di Achille Compagnoni anche l'altro protagonista dell'impresa, è morto quest'anno. Lino Lacedelli è morto oggi nella sua casa di Cortina D'Ampezzo.
La conquista del K2 è stata un grande avvenimento per l'Italia. Fu un altro sinbolo della rinascita italiana del dopoguerra.
L'alpinista era già gravemente malato e questo gli ha impedito di andare al funerale del suo amico Achille Compagnoni nel maggio scorso.


Mi ricordo benissimo la carta da disegno "K2" che parlava e celebrava questa impresa. Forse anche questo ha influito sulla mia voglia di studiare i sassi e le montagne
La conquista del K2 è stata seguita da una serie di polemiche per come si era svolta la parte finale.
Da qualche anno tutto è chiarito ed è stato definitivamente dimostrato il ruolo di Walter Bonatti.
Alla famiglia il mio cordogliol

mercoledì 18 novembre 2009

Pale eoliche e impatto su fauna volante: esperienze angloamericane sui pipistrelli e una proposta italiana sugli uccelli



L'Asociación Empresarial Eólica, l'Associazione spagnola dei produttori di Energia Eolica,proclama con orgoglio che, ance se per poche ore e in circostanze eccezionali, il vento ha prodotto più della metà dell'elettricità consumata nella nazione iberica tra le 3.30 e le 8.40 di domenica 8 novembre,
La produzione di energia tramite la forza del vento è sicuramente una delle fonti rinnovabili più interessanti e meno impattanti sull'ambiente, oltre ad essere in promettente crescita, anche perchè l'impatto ambientale delle pale eoliche non è particolarmente tragico, tranne a livello estetico ed eventualmente a causa della costruzione apposita di una strada per arrivarci. Purtroppo ci sono altre ripercussioni negative: le pale eoliche possono arrecare gravi conseguenze sulla popolazone dei volatili, uccelli ma soprattutto pipistrelli.
In questi giorni ci sono degli sviluppi interessanti a proposito, una anglo – britannica sui pipistrelli e una italiana sugli uccelli.

Potrà sembrare strano, ma almeno per i pipistrelli le morti non sono tutte associata ad urti contro le pale: ci sono dei casi di barotrauma: in sostanza il passaggio della pala a velocità dell'ordine di centiania di km/h provoca un calo di pressione tale da danneggiare gravemente i polmoni degli animali.
Fino ad oggi ci sono state molte discussioni in materia (le ricerche sono state avviate una decina di anni fa) e purtroppo si è visto che ogni installazione eolica in Nordamerica costituisce un grave pericolo per gli animali volatori. Paul Cryam del Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS), focalizzando il problema soprattutto sui pipistrelli, ha scoperto che la distribuzione delle perdite nei mammiferi volanti è strettamente associata ad alcune specie in certi periodi dell'anno.

Il tributo pagato dai pipistrelli è veramente alto: nel migliore dei casi poche dozzine all'anno che salgono purtroppo a parecchie centinaia in alcuni casi. Facendo un conto semplice, siamo sulle decine di migliaia di vittime all'anno in tutti gli Stati Uniti, con la osservazione che le pale aumentano di numero e quindi c'è il rischio che il problema aumenti sensibilmente fino ad intaccare pesantemente il numero di animali di alcune specie, con le possibili ripercussioni sull'ecosistema.Il primo grave incidente negli Stati Uniti avvenne nel 2003, sugli Appalachi: qualche centianio di pipistrelli morirono nello spazio di 6 settimane. Destò particolare attenzione lo stretto lasso di tempo tra l'inizio e la fine del fenomeno.
Un'altro aspetto del problema è che su 45 specie di pipistrelli presenti negli USA, ben il 75% degli incidenti hanno come protagonisti individui di sole tre specie che condividono fra loro altre importanti caratteristiche: sono animali frugivori e migratori e per di più il periodo degli incidenti coincide con quello delle migrazioni. La cosa potrebbe rivelarsi molto utile: se nei momenti di maggior pericolo (le notti con poco vento fra l'estate e l'autunno) le pale venissero fermate si potrebbe diminuire l'incidentalità di oltre il 50%.

Questa potrebbe essere una “difesa passiva”. Ma ci sono altre possibilità di “difesa attiva”, cioè di riuscire a limitare il passaggio dei pipistrelli nelle vicinanze delle pale. Nichols e Racey, dell'Università di Aberdeen, in Scozia, hanno notato come nelle zone vicine a emissioni di campi magnetici, come aeroporti e radar meteorologici, l'attività di questi mammiferi è ridotta. In un esperimento hanno usato un radar e analizzando il comportamento degli animali a radar acceso e a radar spento hanno notato a radar acceso una notevole diminuzione di attività. Come controprova non è stata notata una diminuzione della attività degli insetti che sono le prede dei pipistrelli esaminati. E' forse possibile quindi limitare la mortalità dei pipistrelli rispetto alle pale eoliche dotandole di dispositivi radar che interferiscono con il loro sistema sonar. E' chiaro comunque che questa difesa vale solo per le specie in possesso di questa capacità, che non sono tutte e personalmente dubito che i pipistrelli frugivori lo abbiano.

Con gli uccelli il problema è diverso, in quanto sembra che non ci sia una particolare prevalenza di una o più specie fra le vittime e quindi pare che siano tutti sensibili al problema. Questo rende difficile risolvere o quantomeno limitare il problema. Si segnalano casi di rapaci uccisi, in particolare in Spagna e in Norvegia.

Questo è veramente una questione piuttosto grave ed è inutile girarci intorno: a noi serve energia, e possibilmente pulita. L'eolico da questo punto di vista è ottimo, perchè è una fonte rinnovabile e continua (mentre ad esempio il solare non è ovviamente continuo). Ma non si può pensare per questo di distruggere l'avifauna.

A questo proposito gli ornitologi italiani si sono mossi e di questo ne hanno parlato al XV Convegno Italiano di Ornitologia tenutosi a Sabaudia (LT) il 14-18 ottobre 2009. Rilevato innanzitutto il paradosso di una fonte pulita che rischia però di arrecare gravi danni all'avifauna e alla biodiversità, fanno notare che gli interventi nel settore più che una serie di strutture costruite sulla base di una programmazione territoriale sono unanserie di interventi spot da parte di privati o enti pubblici e che esiste sicuramente il pericolo di una proliferazione di impianti eolici in numerosi ambiti di notevole pregio ambientale e di importanza strategica per l’avifauna.
Pertanto, in un documento molto equilibrato, non demonizzano gli impianti eolici come stanno facendo in nome del paesaggio una serie di associazioni e gruppi spontanei (fra i quali ce ne sono alcuni che parlano del problema dei volatili in maniera strumentale, cioè solo in funzione anti-eolico). Gli ornitologi italiani infatti chiedono semplicemente alcune precauzioni.

In primo luogo che nella fase preparatoria dei piani energetici nazionali e regionali nella Valutazione Ambientale Strategica venga inserito uno studio a proposito degli impatti sull’avifauna tenendo conto in una certa area dell’effetto complessivo delle centrali eoliche esistenti e previste. Questo deve valere anche per le turbine da meno di 1 MW, attulamente deregolamentate. Il tutto deve essere correlato dalla valutazione di impatto ambientale.

Propongono anche l'esclusione “per principio” della possibilità di costruire impianti eolici in aree particolarmente frequentate da volatili, come “praterie montane, crinali, principali fondovalle, promontori, stretti, zone umide costiere, tratti di mare lungo rotte migratorie o interessati dalla presenza di forti concentrazioni di uccelli marini”,

L'unica osservazione al documento è che la maggior parte delle tipologie indicate sono proprio quelle dove è più conveniente da un punto di vista della resa mettere delle centrali eoliche.
Ma guardiamo la vicenda da un altro aspetto: costruire sui crinali non è semplice e spesso produce delle alterazioni permanenti a livello ambientale. Quindi ci si potrebbe spingere a cercare degli scenari di pianura o di fondovalle meno pericolosi per l'avifauna e dove costruire dei generatori eolici sia anche più semplice, meno impattante sull'ambiente e sul panorama. Per esempio in provincia di Pisa ci sono pale eoliche in mezzo alla pianura nei pressi di Pontedera. Funzionano, e sicuramente impattano meno a livello visivo e nei confronti degli uccelli di quelle poste sul crinale a Castellina marittima, a una ventina di kilometri di distanza.

E come difesa ulteriore per gli animali volanti, è meglio costruire pale più grandi ma che ruotino a velocità inferiori